How to be a girl

Si può considerare la felicità un disturbo?

Ci siamo imbattuti in Gendermom (aka Marlo Mack, https://www.instagram.com/girlpodcast/) per caso, navigando tra le proposte indie-sconosciute di Vimeo. Il suo canale ha poco più di 200 follower e dà l’impressione di esser capitati tra le pagine dell’album da disegno di un bambino. O di una bambina. Visto il nome del canale, non è il caso di generalizzare.

Ma forse, in ogni caso, stiamo già “generalizzando”, riprovando a separare tra maschile e femminile.

Il primo video del canale si intitola How to Be a Girl. In anteprima, il disegno di una bambina stilizzata sorride felice allo spettatore. Poche aspettative, ma incuriosisce e vien voglia di premere play. L’atmosfera così innocente porta a spogliarti da filtri e pregiudizi, lasciandoti senza difese di fronte a quello che stai per guardare. Gendermom è la voce narrante della storia, unica protagonista, assieme alla voce sicura, sincera e lucida di sua figlia, della quale racconta la transizione. 

Nel minicartoon mette a nudo sinceramente i suoi pensieri di madre, le sue perplessità, le mille paure. La sua diviene così la storia di una transizione più globale, un lento processo di comprensione in grado di ribaltare le prospettive, o meglio le etichette, che normalmente diamo per scontate.

Oltre il forte impatto emotivo che la voce della bambina ha sulle corde sentimentali dello spettatore, di per sé già in grado di smuoverci qualcosa dentro, è nella domanda finale che prende vita il miglior spunto di riflessione di questo minivideo. Gendermom riflette su come ora dovrà insegnare a Rainbow – il nome scelto da sua figlia per la sua nuova identità – ad essere una ragazza, una donna. Di fronte a questo compito, “insegnare a essere donna”, Gendermom entra in crisi, inizia a porsi delle domande:

“Cosa cambia a parte l’uso di un pronome?”

“So, io, cosa significa essere ragazza?”

“Vuol dire indossare il rosa?”

“Può una donna fare l’idraulico? O l’astronauta?”

Dare una risposta univoca ad alcune queste domande è impossibile. Chi decide? Diventa chiaro, lampante, il nostro bisogno di classificazione, i limiti che poniamo alle nostre individualità, il piacere del controllo che contraddistingue le nostre vite, nessuno escluso, una lente imprescindibile che colora il mondo attorno a noi, che ne distorce le forme secondo la sua angolatura, le colora secondo la tonalità che la nostra esperienza gli ha dato. 

E allora mi risuona in mente una frase che ascoltai per caso da piccolo e che, forse, racchiude un po’ il cuore della questione:

“A scuola mi chiesero cosa volessi diventare da grande, risposi “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io dissi loro che non avevano capito la vita.” (John Lennon)

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