LE GUERRIERE DEL SOL LEVANTE

Samurai, comandanti e leader politici: non sono uomini i protagonisti della mostra Le Guerriere del Sol Levante, ospitata al Museo d’Arte Orientale di Torino, fino a marzo 2020. A cura dell’Associazione Culturale Yoshin Ryu, la mostra racconta il coraggio e la determinazione delle donne guerriere in Giappone.

La storia delle donne guerriere si perde nel tempo, fra mito e realtà, eppure giungono fino a oggi i loro nomi, oggetti di vita quotidiana, rituali e gesta. Come la figura leggendaria dell’imperatrice Jingū (神功皇后, circa 169–269), a capo dell’invasione della Corea nel 200. Nel 1881, fu la prima donna rappresentata su una banconota giapponese.

Tomoe Gozen (巴 御前, circa 1157–1247) è descritta nell’opera Heike monogatari (XIV secolo) come “una guerriera al pari di mille uomini”. Gozen era in grado di tirare con l’arco, andare a cavallo e padroneggiare la tecnica della katana, la sciabola a due mani usata dai samurai. Nel 1183, fu al comando di più di mille cavalieri, distinguendosi per il suo valore. 

Questi nomi sono esempi significativi di onna-bugeisha, un tipo di donna guerriera di nobili origini, cui era concesso di combattere in battaglia, accanto ai samurai. Altre donne, invece, sorvegliavano e difendevano casa e famiglia in assenza dei mariti, impegnati in guerra. L’arma più comune fra le donne samurai era la naginata, una lunga asta uscente in lama a forma di falce. Altre armi tipiche fra le donne erano il kusarigama, piccola falce legata a una catena, o il tessen, il ventaglio da guerra.

All’inizio del XVII secolo, con l’avvento del periodo Edo, lo status delle donne nella società giapponese cambiò radicalmente. Durante questi anni, la filosofia dominante del Neoconfucianesimo e il mercato dei matrimoni relegarono la donna al ruolo di moglie e madre. La precedente cultura guerriera si tramutò in un nuovo codice di comportamento legato all’addestramento morale.

Nonostante le rigide convenzioni sociali, nel 1868, le onna-bugeisha si distinsero in un’ultima grande impresa, durante la battaglia di Aizu.  Guidando un’unità di 20-30 donne contro il potente esercito imperiale, Nakano Takeko (中野 竹子 1847–1868),  con la naginata, riuscì ad abbattere cinque avversari, prima di essere colpita al petto da un proiettile. In punto di morte Takeko chiese alla sorella di decapitarla, perché il suo corpo non venisse esposto come trofeo. Fu sepolta in un cortile del tempio di Aizu Bangmachi, sotto un albero, dove ora sorge un monumento in suo onore.

Tanto per gli uomini come per le donne, proteggere il proprio onore era necessario. Il rituale più praticato era il suicidio. Gli uomini procedevano con il seppuku, il rituale dello sventramento. Le donne invece praticavano il jigai che prevedeva in un unico gesto il taglio dell’arteria carotidea e della vena giugulare. Prima di commettere jigai, spesso le donne legavano insieme le ginocchia per far trovare il proprio corpo in una posa dignitosa dopo la morte.

Altri tipi di attacco e difesa, come la creatività e lo studio, hanno permesso alle donne giapponesi di vincere altri tipi di battaglie e superare pregiudizi e impedimenti nella letteratura, nell’arte, nel teatro, nella scienza, nella tecnologia. Un nome da menzionare è Murasaki Shikibu (紫式部; circa 973–1014/1025), autrice de La storia di Genji, considerato il capolavoro della letteratura giapponese. Ono no Komachi (小野 小町; 825–900) si distinse fra i migliori autori di waka (poesie brevi di carattere amoroso e passionale) e Sei Shonagon (清少納言; circa 965/967–1010) divenne celebre per Note del guanciale, raccolta di aneddoti e poesie

Determinate e coraggiose, le donne in Giappone hanno lottato per partecipare alla storia del proprio Paese. Fino ad oggi riemergono le loro storie e imprese anche grazie il contributo della cultura Pop che ha reso la donna guerriera protagonista di film, fumetti e saghe come la Principessa Mononoke, Sailor Moon e Ranma 1/2, cui la mostra dedica un’intera sezione.

Il percorso narrativo si conclude con 40 ritratti in omaggio alle donne che fino ad oggi hanno combattuto le proprie personali battaglie come Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Angela Davis, Miriam Makeba, Asia Ramazan Antar e molte altre, senza dimenticare i nomi delle nostre madri, compagne, sorelle, amiche perché coraggio e determinazione non hanno sesso, tempo e luogo ma è sempre bene ricordarlo.

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